Una vulnerabilità di N-central mette in luce i rischi per gli MSP: cosa significa l’incidente N-able per la sicurezza del tuo RMM?

A cura di:
Sr. Director, Product Marketing
Pubblicata:
August 10, 2026
Cosa è successo: la vulnerabilità di N-able in N-central nel dettaglio
Perché le piattaforme RMM continuano a essere soggette a vulnerabilità?
Questo tipo di incidente non è una novità nel nostro settore: abbiamo già assistito a esposizioni simili in occasione di altri attacchi. Kaseya VSA è stata colpita da un bypass dell’autenticazione zero-day che ha interessato quasi 1.500 organizzazioni. Anche ConnectWise ScreenConnect è stato vittima di un incidente simile nel 2024 (CVE-2024-1709/CVE-2024-1708), con la vulnerabilità inizialmente classificata con il massimo livello di gravità. Il problema non riguarda la mancanza di impegno, ma il fatto che considerare la questione semplicemente come un problema di patch non coglie appieno ciò che sta accadendo.
Gli RMM tradizionali basati sull’attendibilità lato server comportano un rischio intrinseco: piattaforme come N-central si affidano a una sicurezza perimetrale, quindi dopo aver effettuato l’autenticazione sul server per la prima gli utenti avranno accesso a tutto. E a mano a mano che gli attori di minacce diventano sempre più esperti e veloci, difendere quel perimetro diventa sempre più difficile.
La sola velocità di applicazione delle patch non è sufficiente: la vulnerabilità CVE-2026-18577 è stata preceduta dalla CVE-2026-18556, che non aveva risolto completamente il problema alla radice. Anche quando i fornitori rilasciano una patch rapidamente, le correzioni possono essere imperfette e gli utenti malintenzionati possono utilizzare l’IA per trovare le lacune prima che ne venga distribuita una seconda.
Quando il back-end è l’elemento alla base dell’affidabilità, una volta compromesso, l’utente malintenzionato avrà accesso a ogni endpoint e a ogni cliente. La domanda che ci siamo posti di continuo non è stata: “Come possiamo impedire che la nostra piattaforma venga compromessa?” Nessun fornitore può garantire una cosa del genere... Piuttosto ci siamo chiesti: “Se la nostra piattaforma venisse compromessa, cosa potrebbe realmente fare un utente malintenzionato?”
Questa domanda ci ha portato ad adottare un’architettura completamente diversa.
Perché abbiamo progettato LogMeIn Resolve in questo modo
Quando siamo venuti a conoscenza di questa vulnerabilità, abbiamo ripensato alle discussioni avute durante lo sviluppo di LogMeIn Resolve nel 2021, sulla scia di un grave attacco alla supply chain ampiamente documentato. Uno dei nostri ingegneri capo aveva previsto che questi attacchi sarebbero diventati sempre più frequenti e che avremmo dovuto adottare un approccio diverso per proteggere i nostri utenti. Ed è quello che abbiamo fatto con l’architettura Zero Trust di Resolve, aggiungendo controlli pensati per impedire che una singola compromissione a livello di gestione possa si propaghi a cascata e colpisca tutti gli ambienti a valle, ovvero quelli gestiti di cui è responsabile un MPS.
L’architettura di Resolve si basa sul presupposto che prima o poi il server verrà compromesso. La domanda che ci siamo posti è la stessa che oggi rivolgeremmo a qualsiasi fornitore di RMM: “Se l’infrastruttura viene compromessa, cosa può realmente fare un utente malintenzionato?” Nel caso di LogMeIn Resolve, non potrà raggiungere i tuoi endpoint. La chiave di firma Zero Trust può impedire agli utenti malintenzionati di eseguire azioni privilegiate sugli endpoint gestiti, perché nessuno, neanche il fornitore, possiede quella chiave.
L’architettura è uno degli aspetti più importanti, ma non è l’unico da considerare. Prima di discutere nuovamente del rinnovo o di valutare l’adozione di una nuova piattaforma, ecco sei domande da porre al tuo fornitore di RMM.
1. Qual è il tuo modello di distribuzione e quale superficie di attacco comporta?
La maggior parte degli MSP con cui ci interfacciamo considera il modello di distribuzione del proprio RMM come una scelta IT. In realtà si tratta di una decisione di sicurezza, anche se spesso non viene trattata come tale.
L’appliance in locale presenta un problema che spesso viene sottovalutato. È un server che richiede funzionalità come l’applicazione di patch, la protezione avanzata e la sicurezza degli endpoint, ma nella pratica raramente viene trattato in questo modo. Non è una workstation, quindi spesso il rilevamento e la reazione dagli endpoint (EDR) non vengono considerati. Non è un servizio cloud, quindi nessuno monitora la postura di sicurezza: sei tu a doverlo fare. Inoltre, risiede sulla tua rete con accesso elevato a tutti i dispositivi che gestisci.
L’incidente di N-able ha confermato quasi esattamente questo scenario: l’appliance N-central viene eseguita su una build Linux bloccata e, secondo le persone esterne che rispondono all’incidente, in genere non dispone di EDR perché viene gestita come un’appliance anziché come un server.
Con la distribuzione nativa del cloud, questa responsabilità è del fornitore. L’importanza di questo aspetto dipende soltanto da quanto efficacemente il fornitore protegge e sottopone ad audit la propria infrastruttura, ed è proprio ciò che mirano a verificare le domande 3 e 6.
Chiedi al tuo fornitore: “Se utilizzo il tuo prodotto in locale, di cosa sono responsabile per quanto riguarda la sicurezza del server? L’EDR è supportato e consigliato?”
Passaggio 2. Se il tuo back-end viene compromesso, un utente malintenzionato può raggiungere i miei endpoint?
Questa è probabilmente la domanda sull’architettura più importante dell’elenco e dovrebbe essere sempre una delle prime questioni da affrontare con un fornitore. La risposta ti dice praticamente tutto ciò che ti serve sapere sulla sua architettura.
In un’architettura tradizionale basata sull’affidabilità del server, il server rappresenta un nodo affidabile. Un utente malintenzionato che ottiene l’accesso amministrativo al server eredita automaticamente lo stesso livello di affidabilità, compresa la possibilità di inviare comandi e script e avviare sessioni remote a tutti i dispositivi gestiti collegati. Il back-end è la chiave ed è esattamente ciò che è accaduto nell’incidente di N-able: dopo aver compromesso la console, gli utenti malintenzionati hanno utilizzato la funzionalità di controllo remoto integrata per raggiungere gli endpoint gestiti, inclusi i controller di dominio, in più organizzazioni. L’approccio Zero Trust di LogMeIn Resolve è stato progettato per superare proprio questo modello.
Un’architettura Zero Trust funziona in modo diverso. Ogni comando inviato a un endpoint gestito viene firmato con la chiave privata del tecnico, una chiave che rimane sempre sul dispositivo del tecnico. L’endpoint verifica la firma prima di eseguire qualsiasi operazione. Un server back-end compromesso non può inviare comandi dannosi, perché non ha mai avuto accesso alla chiave privata: il back-end conserva esclusivamente la chiave pubblica e non può utilizzarla per ricavare quella privata. Qualsiasi comando che non supera la verifica della firma viene scartato direttamente dal dispositivo senza essere eseguito.
David Bisztrai, VP of Engineering della linea di prodotti LogMeIn di GoTo, l’ha spiegato così: “Immagina una grande cassaforte in una banca. In un sistema tradizionale, gli utenti malintenzionati scavano un tunnel per entrare e, una volta dentro, trovano il vero tesoro, ovvero gli endpoint. Il back-end comunica con il dispositivo, il dispositivo si fida ed esegue ogni tipo di comando. La nostra architettura Zero Trust adotta lo stesso presupposto: qualcuno prima o poi riuscirà a trovare un tunnel per accedere alla cassaforte. Quando l’aprirà, però, non troverà il tesoro, ma migliaia di piccoli armadietti, ognuno dei quali può essere aperto soltanto con una chiave di firma che è esclusivamente in possesso dell’utente e a cui noi non abbiamo accesso. Anche se arrivi alla cassaforte, non puoi aprire nulla”.
Questa è una questione di progettazione, non di applicazione di patch. Nessun hotfix può modificare il modello su cui è costruita la piattaforma del tuo fornitore.
Chiedi al tuo fornitore: “Se la tua infrastruttura venisse completamente compromessa, cosa impedirebbe a un utente malintenzionato di utilizzare la piattaforma per raggiungere i miei endpoint gestiti?”
3 In che il tuo fornitore di RMM verifica che una patch sia effettivamente completa?
La velocità è importante. Ma la completezza lo è di più. Si tratta di due questioni diverse ed è proprio in questa differenza che si annida il rischio reale.
Una patch che chiude il vettore di attacco segnalato lasciandone aperto uno adiacente può creare una falsa sensazione di sicurezza, facendo credere che il problema sia risolto. Il rilascio di patch successive per le vulnerabilità degli RMM è una realtà comune in tutto settore e l’incidente di N-able è solo un esempio. Gli utenti malintenzionati hanno utilizzato un nuovo vettore correlato alla correzione precedente.
Non devono necessariamente trovare una nuova vulnerabilità. È sufficiente che la patch del fornitore sia incompleta.
La domanda non è solo: “Quanto velocemente applichi le patch?” Piuttosto è :“Come verifichi che la correzione sia effettivamente completa?”
Chiedi al tuo fornitore: “Quando è stata l’ultima volta che hai rilasciato una patch aggiuntiva per una vulnerabilità che credevi già risolta e cosa non era stato rilevato durante il processo di testing la prima volta?”
4 Chi si assume l’onere di applicare le patch quando viene rilasciata una correzione chiave?
È una questione di logistica, oltre che di sicurezza. È la domanda che la maggior parte degli MSP si pone solo quando è già trascorsa una settimana dal rilascio della patch e metà dei propri server self-hosted è ancora esposta.
Per le implementazioni ospitate nel cloud, i fornitori distribuiscono centralmente gli aggiornamenti di sicurezza: molti utenti nemmeno si accorgono quando una patch viene rilasciata. Per le implementazioni in locale, questa responsabilità ricade su di te.
L’incidente di N-able ha messo in evidenza questo divario. Secondo la telemetria di Huntress sulla propria base di partner e clienti, più della metà dei server N-central ospitati nel cloud raggiungibili non era ancora stata aggiornata il primo giorno successivo al rilascio dell’hotfix di N-able. Con l’aggiornamento successivo, l’applicazione delle patch nel cloud aveva quasi colmato il divario, ma quasi tre server self-hosted raggiungibili su dieci non erano ancora stati aggiornati.
“Il ritardo nell’applicazione delle patch sul campo non è un dettaglio trascurabile: riguarda quel 10% o 20% di dispositivi più lenti che non riesce mai a mettersi completamente al passo. Ed è proprio su questa percentuale che fanno affidamento gli utenti malintenzionati”, ha dichiarato Steve Shattuck, Vice President of Global Partner Ecosystems presso GoTo.
Chiedi al tuo fornitore: “Per un hotfix di sicurezza chiave, quanti dei tuoi clienti normalmente utilizzano ancora una versione vulnerabile dopo 48 ore dopo il rilascio? Come fai a sapere che è effettivamente così?”
5° Come controlli quali azioni possono essere eseguite durante una sessione remota?
La crittografia è ormai un requisito fondamentale. La questione più importante è capire se la piattaforma applica controlli sulle autorizzazioni, mantiene un log di audit e offre all’utente il pieno controllo sul proprio dispositivo. Ciò che distingue realmente i fornitori non riguarda la crittografia delle sessioni come semplice requisito di base.
In questo contesto, l’accesso senza utente è un aspetto che merita particolare attenzione. Come viene configurato? Chi lo approva? Chi può revocarlo? Queste domande definiscono il tuo livello di esposizione e la tua capacità di spiegare a un cliente, guardandolo negli occhi, come vengono realmente gestiti gli accessi ai suoi sistemi.
Chiedi al tuo fornitore: “Una persona può revocare autonomamente l’accesso remoto senza utente, senza dover contattare l’MSP? Dove viene documentata questa funzionalità e in che modo viene resa accessibile all’utente?”
6. Quali convalide di terze parti supportano le tue dichiarazioni sulla sicurezza?
C’è differenza tra un fornitore che dichiara di “prendere sul serio la sicurezza” e uno che possiede certificazioni che hanno richiesto la verifica da parte di un revisore indipendente. La prima è solo un’affermazione. La seconda è una prova.
Certificazioni da prendere in considerazione: ISO/IEC 27001:2022, SOC 2 Type II, BSI C5. Ognuna rappresenta una convalida esterna e verificata tramite audit dei controlli di sicurezza, non un’autovalutazione redatta dal fornitore stesso. Il test di penetrazione esterno condotto da società di terze rappresenta un ulteriore e prezioso livello di garanzia. Sfortunatamente, molti fornitori scelgono di non adottarlo.
Chiedi al tuo fornitore: “Quali certificazioni possiedi e quando hai sostenuto l’ultimo audit? Esegui test di penetrazione esterni e puoi condividerne l’ambito?”
Cosa stai effettivamente testando?
Nessun fornitore può garantire un futuro senza incidenti. Neanche noi. La domanda giusta non è mai stata: “Questo fornitore ha mai avuto un problema?” Piuttosto ci siamo chiesti: “Quando si verifica un problema, cosa fa la sua architettura per limitare i danni?”
Un modello Zero Trust che isola dal punto di vista della crittografia l’accesso agli endpoint da un back-end compromesso è strutturalmente più resiliente, non perché previene ogni attacco, ma perché impedisce che un determinato tipo di attacco si trasformi in una catastrofica reazione a catena. Questa è una caratteristica di progettazione. O esiste o non esiste.
LogMeIn Resolve è stato progettato proprio secondo questo modello, perché il nostro team di ingegneri aveva previsto che le piattaforme di RMM sarebbero diventate obiettivi importanti per gli attacchi alla supply chain. Il recente incidente su N-central dimostra ancora di più quanto sia importante questo approccio architetturale.
Se attualmente utilizzi un RMM che si basa su un modello di affidabilità del server tradizionale, vale la pena porre queste sei domande questa settimana, anziché aspettare il prossimo rinnovo.
